La vita è un grande gioco mentale. E l’unica persona contro cui stai giocando è proprio te stesso.

David Goggins

Ebbene sì.

Oggi mi piacerebbe parlarti di una lettura che, ultimamente, mi ha particolarmente conquistato.

Mi riferisco a Can’t Hurt Me, sorprendente libro scritto da David Goggins– ex Navy SEAL, ultramaratoneta e detentore di un Guinness World Record.

Il libro è molto diretto e tremendamente d’ispirazione. Non nego che io stesso vi sono già tornato più volte per recuperare coraggio e lasciarmi un tantino spronare 😉

Ora, qui non starò a farti una recensione di Can’t Hurt Me: ti basta sapere che – da pubblicato in proprio e senza troppe pretese – questo libro è diventato un clamoroso bestseller internazionale. Ti consiglio caldamente di leggerlo.

In questo articolo mi piacerebbe solo condividere tre interessanti spunti di riflessione contenuti tra le pagine.

Scopriamoli subito 😉

 

 

Soppesa le opinioni altrui

Quando non hai fiducia in te stesso diviene facile dare valore alle opinioni altrui, e io stavo dando valore alle opinioni di tutti senza considerare prima la mente che le aveva generate.

David Goggins – Can’t Hurt Me

Diciamoci subito la verità.

Ogni volta che attraversiamo una fase non troppo semplice della nostra vita (magari una di quelle con bassa autostima), tendiamo ad attribuire maggior peso a tutta quella serie di critiche e giudizi negativi che ci piovono addosso dall’esterno.

Veniamo facilmente scottati dalle ferite verbali che gli altri ci lanciano addosso, e reagiamo d’impulso, restituendo indietro astio e rancore.

Non è forse così?

Nel caso di David Goggins, in particolare, stiamo parlando non di semplici critiche o ferite verbali, ma di veri e propri pregiudizi razzisti che hanno accompagnato gli anni della sua adolescenza in Indiana, USA.

Una situazione che definire difficile è veramente poco.

E qui veniamo al punto.

Nel momento in cui ci sforziamo di valutare con maggiore lucidità la fonte dell’odio che può essere stato scagliato nei nostri confronti, ci accorgiamo che in molti casi questo proviene soltanto da persone che – nel tentativo di ferirci – provano in realtà a loro volta un profondo senso di inadeguatezza.

Soggetti che magari tentano di trovare ancora il loro posto nel mondo, e che pensano di poterlo fare atteggiandosi da guerrieri contro nemici immaginari (è il caso, ad esempio, dei vari complottisti e leoni da tastiera).

Persone che, ancora più spesso, sono semplicemente messe dai raggiungimenti altrui di fronte all’evidenza del proprio potenziale inespresso.

Chiaro?

Facciamo dunque questo.

Prima di scalpitare dinanzi provocazioni e aggressioni verbali, consideriamo per un attimo la mente che le ha partorite: in alcuni (rari) casi vi troveremo critiche fondate, anche se avanzate nel modo sbagliato.

Molte altre volte – al contrario – vi troveremo solo una persona in cerca d’aiuto, che tenta aggressivamente di mascherare agli occhi altrui le proprie insicurezze.

Capito questo proveremo non più risentimento, ma soltanto compassione (verso gli altri) e maggiore senso di autocontrollo (verso noi stessi).

 

Il dolore ha sempre una fine

Ogni volta che siamo travolti dai drammi della vita, grandi o piccoli, stiamo dimenticando che per quanto possa essere lancinante il dolore, e atroce il tormento, tutte le cose brutte hanno una fine.

David Goggins – Can’t Hurt Me

La Hell Week è – come dice il nome – una settimana infernale.

Si tratta di sei (ininterrotti) giorni conditi da straziante sforzo fisico, prolungata esposizione al freddo e privazione di sonno.

Un test che ogni aspirante Navy Seal deve superare se intende andare avanti col processo di reclutamento.

Scopo di questa estenuante prova è quello di scremare il gruppo di giovani candidati, tagliando immediatamente fuori i soggetti deboli sia fisicamente che (soprattutto) mentalmente.

Come spiega David Goggins nel libro Can’t Hurt Me, la Hell Week è soprattutto un gioco psicologico: gli istruttori suscitano in te la sensazione di essere precipitato in un limbo di sofferenza dal quale sembra non esserci più possibilità di fuga.

L’unico modo per sottrarsi a tutto quel dolore è abbandonare la prova, suonare la campanella di resa e rinunciare definitivamente al sogno di diventare un Navy Seal.

A superare il test, spiega sempre David Goggins, è chi non perde la speranza.

Chi– in mezzo a quell’insopportabile vortice di agonia – tiene sempre a mente che anche quei giorni, uno dopo l’altro, si stanno dirigendo verso una conclusione, e che tutto quel dolore avrà una fine.

Bisogna tenere i denti stretti.

Ora, diciamoci come stanno le cose.

Anche noi comuni mortali (non coinvolti in prove fisiche ai limiti della capacità umana) tendiamo spesso a rendere immutabili nel tempo i nostri momenti difficili.

Li ingigantiamo e rendiamo permanenti, tagliando via dalla nostra mente ogni prospettiva di crescita.

Rinunciamo del tutto a provare.

In fondo se una cosa è impossibile a priori che senso ha metterci in moto? Tanto vale starcene appollaiati sul divano a reclamare quanto la vita sia stata ingiusta nei nostri confronti.

Inutile dire che così facendo rimaniamo in realtà sempre più invischiati nei nostri momenti bui.

Ma tutte le cose brutte, che ne siamo convinti o meno, hanno una fine.

Quale che sia la situazione nella quale in questo momento ci sentiamo impantanati (una separazione, un esame non superato, un licenziamento, ecc.) non dimentichiamo mai che riusciremo a metterci alle spalle anche questa fase cupa della nostra vita.

Non molliamo la presa, recuperiamo il nostro senso di speranza e (con esso) la responsabilità di poter agire in prima persona per migliorare le cose.

 

Cookie Jar

Da allora la Cookie Jar è diventata un concetto che ho impiegato ogni volta che ho avuto bisogno di ricordare a me stesso chi fossi e di cosa fossi capace.

David Goggins – Can’t Hurt Me

La Cookie Jar, ossia la tecnica del Barattolo dei Biscotti.

Non starò qui a dirti per quale motivo la tecnica si chiama così – non vorrei spoilerare troppo del libro 😉 Ti dirò soltanto che si tratta di un’efficace tecnica per recuperare motivazione e coraggio proprio nelle nostre fasi di stallo.

Il nostro barattolo altro non è, infatti, che il contenitore dei nostri successi personali.

Ogni biscotto è il ricordo di una prestazione in cui abbiamo battuto ogni pronostico agguantando un traguardo che, inizialmente, sembrava fuori dalla nostra portata.

Da una fantastica presentazione in aula, ad un gol spettacolare durante la partita domenicale di campionato; dalla conquista di quella bellissima ragazza di cui eravamo cotti persi (sotto gli occhi attoniti dei nostri amici che, al contrario nostro, non hanno avuto il coraggio di farsi avanti), ad una promozione agguantata con successo dopo tanti sacrifici.

Già, proprio così.

Se ci guardiamo indietro ognuno di noi potrà scovare episodi (grandi o piccoli) in cui siamo andati oltre le probabilità a nostro sfavore, sorprendendo gli altri e noi stessi.

Recuperare questi “biscotti” nelle nostre fasi di stallo ci aiuta a ritrovare quello stato emotivo e mentale che già in passato ci ha condotti verso il successo.

Ricordiamoci infatti una cosa molto importante ↓

Il progresso è la migliore forma di motivazione

Gettare uno sguardo ai nostri raggiungimenti passati infonde nuovamente in noi l’idea di progresso e di flusso in avanti.

Ci ricorda di cosa siamo stati capaci in passato, quali sono i piccoli mattoni che abbiamo già posto nella nostra vita. E questo ci spronerà a non mollare la presa nel presente.

 

Conclusioni

Bene.

Qui ho voluto condividere solo tre dei tanti spunti di riflessioni contenuti all’interno di questo ottimo libro. Ve ne sono, appunto, tanti altri, a mio avviso ugualmente interessanti e sui quali far leva per migliorare la qualità della nostra vita.

Ripeto, ad oggi Can’t Hurt Me è uno dei libri su cui torno più spesso e volentieri per recuperare ispirazione.

Lo raccomando veramente.

Per il resto ti lascio con qualche risorsa utile in basso.

Stay Hard (cit. David Goggins), e ci leggiamo nel blog 😉

Un abbraccio,

Carlo

 

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