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Chi sono

Chi non si muove non può rendersi conto delle proprie catene.

Rosa Luxemburg

Ciao, mi chiamo Carlo, ho 28 anni e sono nato a Palermo.

Una gelida mattina di gennaio di quattro anni fa, da una luminosa camera in una Bucarest interamente coperta di neve, spensierato e felice per aver concluso con successo tutti gli esami del semestre, ho creato Causaeffetto.com.

Subito dopo aver pubblicato il mio primo articolo ho spento il laptop, sono andato fuori a godermi il paesaggio innevato, un caffè bollente, e i miei ultimi giorni di Erasmus in quel Paese incantato.

Ma come ci ero arrivato in Romania, e cosa interessa tutto a questo a te?

Te lo spiego subito.

Sin dai miei primi anni di università a Palermo ero stato quello che forse tanti colleghi miravano a diventare.

Uno studente modello, o, come piace dire a me, un vero e proprio secchione.

Le mie giornate erano interamente scandite da soporifere lezioni mattutine in facoltà e struggente studio pomeridiano a casa.

La quasi totalità del mio tempo era passata a studiare e ripetere.

E con qualche buon risultato dopotutto.

Il mio libretto esibiva in fondo uno sfarzoso elenco di 30 e 30 Lode, e questo, agli occhi di molti, bastava per giudicarmi come una persona in gamba. Una di quelle che avrebbe fatto strada.

Dentro di me sentivo però che stava mancando qualcosa.

Da un po’ tempo avevo cominciato a leggere blog e libri di crescita personale (no, non la robaccia che ti è stata rifilata. Parlo dei testi pratici e dal fondamento scientifico. Molti li ho condivisi qui con te), e da lì una frase in particolare mi era rimasta impressa.

Non si ottengono risultati straordinari facendo cose perfettamente ordinarie.

Ci pensavo continuamente. Fino a quel momento la mia non era forse stata un’esistenza perfettamente ordinaria?

Nel pieno di una tremenda crisi occupazionale giovanile non sarei forse stato un minuscolo puntino nell’immensa platea di candidati con in mano una comune laurea, qualche voto alto e tanta inutile teoria che presto o tardi sarebbe scivolata nel dimenticatoio?

Che diamine. Avevo 21 anni ed ero ancora chiuso nella mia confortevole bolla di paure ed incertezze.

Non ero mai stato all’estero, non parlavo nessun’altra lingua (se non un inglese poco più che scolastico). Non avevo mai osato parlare in pubblico o avanzare con forza le mie idee. Non avevo mai lavorato in un team, figuriamoci coordinarlo.

Mi ero limitato a seguire il copione di vita che mi era stato prescritto: vai all’università e laureati con voti alti. Ma avevo capito che quella ricetta mi avrebbe solamente lasciato con tanti rimpianti alle spalle. Era arrivato il momento di cambiare qualcosa.

Ed è proprio quello che ho fatto negli anni successivi.

A partire dal secondo anno di università i miei obiettivi erano diventati ben altri.

Non più quello di laurearmi col massimo dei voti, ma quello di uscire dalla mia zona di comfort.

Volevo guadagnare carisma ed autostima, imparare nuove lingue e viaggiare. Ero intenzionato a superare le mie paure e maturare quelle competenze trasversali che, ero sicuro, avrebbero segnato per davvero in futuro una svolta nella mia vita.

Cominciai così a scrollare sulla bacheca universitaria e ad interessarmi di tutte quelle occasioni che la maggior parte degli altri studenti, troppo concentrata (come lo ero prima io) sui libri, non si degnava nemmeno di controllare.

Iniziai a partecipare ad eventi, meetings sul territorio e corsi di formazione.

Per la prima volta nella mia vita trovai il coraggio di prendere in mano un microfono e di dire, con voce un po’ tremante, cosa pensassi.

Grazie a quello che stavo imparando dalla crescita personale avevo trovato il modo di rendere il mio studio estremamente più produttivo: non puntavo più al 30, non mi interessava. Adesso studiando un decimo di quanto facessi prima riuscivo tranquillamente ad agguantare un 27 o un 28. E mi bastava.

La mia nuova risorsa principale era diventata il tempo.

Volevo recuperare tutta quella vita sociale e quelle opportunità che sino ad allora mi ero lasciato sfuggire.

Entrai a far parte di un’associazione studentesca per fare politica universitaria. Lavorando un po’ sulla mia autostima e sulle mie capacità espositive (pur essendo allora come oggi orgogliosamente una persona introversa) riuscì a crearmi una rete di nuove amicizie nonché un piccolo seguito di gente fantastica che mi supportò nelle elezioni universitarie.

Io. Rappresentante degli studenti. Qualcosa di inconcepibile sino a solo qualche mese addietro.

Ma non solo.

Lavorai duro per ripagare tutta quella fiducia, ed un anno dopo fui rieletto per un secondo mandato. Col massimo dei voti.

Trovai anche un lavoro all’interno dell’università, trovandomi per la prima volta a dirigere un piccolo team. In occasione della Welcome Week fui selezionato per esporre l’offerta accademica della mia facoltà alle future speranzose matricole (sì. Quello strano tipo che sorride in foto sono io).

Ma la vera sfida con me stesso era ancora tutta di fronte.

Da un po’ di tempo avevo cominciato a investire sul mio inglese (qui ti ho spiegato come), e avevo anche ottenuto una borsa di studio per un piccolo corso intensivo di una settimana a Malta: la mia prima esperienza all’estero. Finalmente.

Ma sapevo anche che quello che volevo realmente andava ben oltre.

Il punto è questo.

Avevo sempre guardato al programma Erasmus, e a quegli studenti stranieri che arrivavano a Palermo, con un misto di curiosità, invidia e titubanza.

Mi sembrava incredibilmente figo stare all’estero per mesi, per studiare o lavorare, ma come avrei mai potuto esserne capace io?

Perché io e non tanti altri ben più preparati di me?

La mia migliore amica (grazie Noe) mi mandò il bando il giorno in cui fu pubblicato. “Carlo, ti stai per laureare. Ora o mai più”.

Partecipai.

Superai la selezione.

Vinsi la borsa, e mi si aprì un nuovo mondo.

Un Erasmus. Due Erasmus. Tre Erasmus.

Non mi fermai più un attimo. Ero intenzionato a trarne il meglio finché potevo.

Tornavo a Siena (dove intanto avevo scelto di proseguire gli studi), salutavo amici e colleghi, davo qualche esame e partivo di nuovo.

Quegli Erasmus sono stati, e rimarranno per sempre, tra le esperienze più belle della mia vita, e ancora oggi ne sono incredibilmente grato.

Il punto è questo.

Ogni studente che è partito sa bene quanto le mobilità accademiche permettano di crescere umanamente. Espandono i limiti della nostra zona di comfort e pongono di fronte a sfide che, sì, sul momento possono suscitare i noi solitudine e sconforto, ma sono le stesse che alla fine ci ripagheranno rivelandosi essere state un’ottima palestra di vita.

Oggi posso dire che non cambierei per nulla al mondo quelle esperienze, anche quelle che più mi hanno messo alla prova, proprio perché hanno forgiato la persona che sono oggi.

Ma non solo.

Da quegli Erasmus ho anche tratto un’importante consapevolezza che è al centro della mia vita ancora oggi, ed è la seguente.

Siamo cittadini Italiani, e dobbiamo senza dubbio andarne orgogliosi. Ma siamo anche cittadini Europei, e anche di questo dobbiamo sempre essere enormemente grati e consapevoli.

Gli Erasmus sono diventati il simbolo di una nuova generazione aperta al mondo.

Ragazze e ragazzi che rifiutano quella statica mentalità da posto fisso che ha imperato nei decenni passati.

Una nuova generazione che è animata dal desiderio di esplorare nuovi orizzonti, definire in autonomia le tappe della propria vita e di realizzarsi non solo professionalmente ma anche umanamente.

Pensiamoci un attimo.

Mai come prima abbiamo potuto godere di una così capillare possibilità di spostamento, accesso a così tanti finanziamenti, e di un così forte impulso all’apertura verso nuove culture.

E fuori dai confini nazionali dopotutto brulicano spesso opportunità che, per chiunque lo voglia, chiedono solo un po’ di coraggio per essere colte. E quello che restituiscono indietro in termini di esperienza e consapevolezza è impagabile.

Oggi continuo a vivere quello stile di vita europeo che desideravo e che un tempo mi sembrava un miraggio. Qualcosa di estremamente difficile da raggiungere.

Al momento vivo a Varsavia, in Polonia, meta del mio ultimo Erasmus e nella quale sono tornato dopo la laurea magistrale.

Sono felice, anche se ho già qualche capello in meno (grazie mamma). Costruisco la mia carriera, ho i miei amici (italiani e di tante altre nazionalità), ho la mia fidanzata, parlo la maggior parte del tempo in inglese e mi cimento nel “comprensibilissimo” polacco.

Nel tempo libero coltivo invece quel piccolo orto digitale sul quale stai posando gli occhi in questo esatto momento.

In questo blog condivido sfide ed esperienze che ho maturato a cavallo tra l’università e il mondo del lavoro.

Parlo di come sono uscito dalla mia zona di comfort, abbandonando un copione di vita già scritto, per inseguire i miei obiettivi più autentici. Sia in Italia che all’estero.

Parlo di come ho superato le mie paure e coltivato la resilienza.

Condivido quelle tecniche di crescita personale e di produttività che mi hanno permesso di essere performante nello studio, di preparare una tesi di laurea in sole tre settimane, e che adesso mi tornano utili nel lavoro nonché nello sviluppo di questo blog.

Tra le righe del blog propongo una filosofia di vita che premia valori ai quali tengo molto, quali l’umiltà, l’autoironia, la tenacia e la capacità di essere costanti verso la meta. Tutte cose sempre più rare in un mondo in cui la spavalderia è celebrata, il benessere è dato per scontato, e il “voglio tutto ora e subito” orienta infelicemente le decisioni più importanti.

Sono certo, insomma, che tra le pagine del blog troverai tante cose interessanti.

Se ti va di dirmi la tua lascia pure un commento nei post o scrivimi direttamente.

Ti ascolto ed ogni feedback è per me importante e meritevole di attenzione.

Qui trovi invece il nuovissimo gruppo FB, ricco di ispirazione e spunti di riflessione.

Che altro posso dire? Ci leggiamo nel gruppo e tra gli articoli del blog allora.

Ti mando un forte abbraccio,

Carlo