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Il primo segno di civiltà secondo Margaret Mead

Primo segno di civiltà

Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri.

Margaret Mead

Ogni tanto succede.

Sui social, anche se molto più raramente rispetto a contenuti ruba-tempo e di puro intrattenimento, può capitare che emergano e trovino ampia diffusione anche post interessanti e molto stimolanti.

Lo avevamo già notato con la bellissima poesia “E se il 2020 non venisse cancellato?” di Leslie Dwight.

Un altro contenuto di forte ispirazione che è rimbalzato ultimamente sui social è invece quest’altro.

Il primo segno di civiltà.

Un post breve e dall’alto valore formativo come vedremo subito.

Scopriamone dunque assieme le righe.

(Purtroppo non conosco la fonte originale del post, ed anzi ti invito ad indicarla nei commenti qualora ne fossi a conoscenza, così da poter dare il giusto credito)

Cominciamo 😉

 

Il primo segno di civiltà

Il primo segno di civiltà

Anni fa uno studente chiese all’antropologa Margaret Mead quale riteneva fosse il primo segno di civiltà in una cultura.

Lo studente si aspettava che Mead parlasse di ami, pentole di terracotta o macine di pietra. Ma non fu così.

Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò quindi questo: nel regno animale, se ti rompi una gamba, muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere qualcosa o cercare cibo. Sei carne per bestie predatrici che si aggirano intorno a te.

Nessun animale, in poche parole, sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca.

Un femore rotto che è guarito è invece la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto.

Ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi.

Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia.

Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri.

Essere civili è questo.

 

Nelle relazioni personali…

Primo segno di civiltà

Molto interessante il post, non è vero?

Ora, prestiamo per un attimo attenzione alla realtà odierna.

Osserviamo il modo in cui guidiamo le nostre giornate.

La verità è che mentre ci illudiamo di essere sempre più connessi gli uni agli altri grazie alle moderne tecnologie digitali, alla prova dei fatti ci scopriamo troppo spesso isolati e distanti.

No, sono serio.

Viviamo all’interno di comunità densamente popolate, alle volte in metropoli con milioni e milioni di abitanti, e ciononostante non è raro che non conosciamo nemmeno il volto del nostro vicino di casa.

Conduciamo le nostre giornate in modo frenetico, guidati da altisonanti standard di successo, mentre rimbalziamo dalla mattina alla sera da un impegno all’altro.

Sentiamo il peso di un’agenda.

Avvertiamo la pressione delle scadenze da rispettare.

In un mondo che viaggia alla velocità della luce vogliamo rimanere al passo con ogni aggiornamento ed ogni notifica.

Abbiamo, in poche parole, perso di vista cosa voglia dire essere presenti sul momento.

Abbiamo dimenticato cosa voglia dire curarsi del presente, delle sensazioni, delle emozioni, nostre ma anche delle persone che ci stanno attorno.

La prossima volta che saremo seduti al bar con un amico diamogli dunque la nostra piena attenzione.

Evitiamo di estrarre quel dannato smartphone dalla tasca.

Resistiamo alla tentazione di controllare le notifiche o di monitorare cosa stia succedendo in quel momento dall’altra parte del mondo.

Recuperiamo il valore dell’ascolto, dell’empatia, del sincero interesse verso il prossimo.

Il più bel regalo che possiamo fare ad una persona è dopotutto quello della nostra più sincera e coinvolta presenza.

Non scordiamolo.

 

…ma anche nel business

Primo segno di civiltà

Lì fuori è pieno.

Sbucano fuori come i funghi.

Parlo degli opportunity seekers.

Persone (in parecchi casi anche prive di scrupoli) ammaliate dai guadagni facili e dalle rapide scorciatoie verso il successo.

Dropshipping, vendita di corsi-spazzatura, compravendita di domini web, strategie di arbitraggio su prodotti o servizi, network marketing invasivo, e chi più ne ha più ne metta.

Questi soggetti saltano da un’idea calda all’altra, inseguendo un’unica stella polare: il guadagno facile.

Eppure su questo blog lo abbiamo detto più volte.

Alla base di ogni idea imprenditoriale di successo vi è un unico comune denominatore.

Una soluzione ad una necessità.

Si chiama legge del valore, e non mente mai.

Ogni business che ha trovato successo e prosperità nel lungo termine, arricchendo chi ne è stato l’artefice, si è basato su una risposta ad un problema delle persone.

Informazione, salute, educazione, mobilità, spostamenti, produttività, efficienza, ispirazione, autostima, emozioni, intrattenimento.

Le persone lì fuori, compresi io e te, hanno problemi e necessità nei più svariati settori.

Troviamo una soluzione a questi problemi, creiamo valore, miglioriamo la qualità della vita degli altri, e avremo creato un business che possa realmente definirsi tale.

Proviamo dunque ad essere dei piccoli fautori del progresso della nostra specie, seppur in piccolissima parte.

Piuttosto che cercare false scorciatoie che non resteranno a lungo in piedi proviamo ad aggiungere valore alla comunità.

Proviamo a inseguire una ricchezza che sia frutto non tanto di interessi egoistici, ma piuttosto del modo in cui saremo riusciti ad arricchire le vite altrui.

 

Conclusioni

Spero dunque l’articolo sia stato utile e di ispirazione.

Mi auguro anche abbia aperto gli occhi su tanti aspetti della società in cui conduciamo le nostre ingarbugliate giornate quotidiane.

Ti lascio con una bella frase che ho ascoltato durante una diretta Ig di Grant Cardone.

Recitava grosso modo così.

Alla fine della fiera nessuno si ricorderà di noi per i soldi sul nostro conto in banca o per le auto di lusso che avremo in garage.

Saremo ricordati solo ed esclusivamente per il numero delle persone che saremo riusciti ad aiutare.

Un abbraccio,

Carlo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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